Leonel Carmelino, dal Volley Bassano alla serie A2! Tra statistiche, tattiche e ricordi!

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Questa è la storia di uno di noi…cantava Adriano Celentano. E quella che vi raccontiamo è proprio la storia, particolare, di uno di noi che ad un certo punto ha deciso di seguire la sua passione. Leonel Carmelino, Leo per gli amici, dall’età di tre anni è arrivato nel Bassanese, e più precisamente a Carpanè di San Nazario. E’arrivato in Valbrenta dall’Argentina, dove il 21 gennaio del 1988 è nato. Mamma e papà, sorella, nonni materni e zii, da Martin Coronado, in provincia di Buenos Aires, si spostano per lavoro in valle e lui proprio in valle vive per 15 anni; poi si sposta a Rossano Veneto, ma nel frattempo, di casa in casa, trova nella pallavolo la casa della sua passione! Una passione che a 29 anni l’ha portato a girare in tutta Italia e ad essere oggi allenatore in seconda dell’Olimpia Pallavolo Bergamo-Caloni Agnelli, società solida impegnata nel campionato di serie A2; ma andiamo con ordine, Leo, quando nasce la tua passione per questo sport?

L’amore per la pallavolo nasce all’età dei 12/13 anni circa; praticavo calcio con il Valbrenta 2000 ma sapevo che non era uno sport adatto a me, non mi piaceva molto correre visto che la mia stazza non è mai stata mingherlina; e oltretutto il freddo è  una cosa che non sopportavo molto. L’ho scoperta davvero grazie a mia sorella che ogni tanto guardavo nelle partite in cui giocava con la Pallavolo San Nazario. Per un po’ho giocato assieme, ma poichè era una realtà solo femminile (e sopra i 13 anni le categorie miste a livello agonistico non esistono) la cosa è durata solo un anno. Ecco allora la decisione di provare ad entrare nelle giovanili del Volley Bassano, squadra con la quale ho giocato fino all’under 20 praticamente in tutti i ruoli. Sono stati begli anni, ci scontravamo contro realtà con settori giovanili forti come Treviso, Trento, Verona e Padova. Grandi soddisfazioni me le sono tolte con il beach grazie al quale ho conquistato un primo posto tricolore nel 4vs4 a Cuneo e la qualificazione alle finali nazionali di beach under 21 a Jesolo dove mi sono fermato ai quarti di finale.

Questo a livello di volley giocato. Ma tu, da giovanissimo, hai anche iniziato ad allenare. Come hai iniziato?

Ad un certo punto, all’età di 17 anni è arrivata anche la scelta di allenare quando il mio allenatore dell’under 18 Mauro Marchetti mi chiese di dargli una mano nelle giovanili; minivolley, poi vice coach dell’under 14 dove giocava Alberto Polo, oggi bassanese a Molfetta in serie A1. Due anni dopo è proprio Marchetti che mi chiama al Vero Volley Monza per fargli da secondo allenatore; ho accettato subito la proposta senza pensarci due volte, perchè per me era un sogno fare ciò che mi piaceva e farlo come lavoro. Il primo anno ho allenato quattro squadre, una u13 femminile e un’under 13 maschile; come secondo allenatore invece un’ under 14 maschile chiusa con il quinto posto in classifica e una B2 maschile. L’anno successivo come secondo con l’under 18 siamo riusciti ad arrivare alle finali nazionali. Belle soddisfazioni, che continuano  nel 2011 quando Marchetti mi vuole nuovamente al suo fianco a Potenza Picena, società marchigiana in provincia di Macerata. Giocavamo in B1 e quell’anno riuscimmo a vincere il campionato e a salire in A2 con due giornate di anticipo. Nelle Marche sono rimasto poi quattro anni come secondo del neoallenatore Gianluca Graziosi, allenatore di capacità assolute e di doti umane eccellenti.

I primi due anni di A2 ci salviamo dalle retrocessioni, il terzo partiamo con una squadra di under 23 tutta italiana e in squadra arriva anche un altro “bassanese”, quell’Alberto Polo già citato prima che prendemmo in prestito da Trento. Un anno pazzesco, arrivammo in finale di Coppa Italia di A2 perdendola di un soffio ma riuscimmo invece a vincere il campionato superando squadre molto più accreditate e con budget decisamente superiori ai nostri. Dopo cinque anni nella Marche decido di cambiar strada e assieme a Gianluca Graziosi mi sposto a Bergamo, squadra in cui sono attualmente con il ruolo di secondo allenatore.

A vent’anni la scelta di abbandonare casa e seguire la tua passione. Una scelta facile? La famiglia, in quel momento, cosa pensava di questo tuo voler inseguire la tua passione per trasformarla in lavoro?

La mia famiglia appena ho deciso che volevo provare a fare l’allenatore non ha detto nulla; mi hanno incoraggiato anche perchè ero e sono deciso ad andare avanti. Sono comunque legato anche a casa e amo non rimanere con le mani in mano. Ed è per questo che in estate, in quelle poche settimane di riposo che mi concedo tra un campionato e l’altro, faccio il gelato in una gelateria gestita da alcuni amici di famiglia a Rosà! E’interessante, un’attività diversa dal solito e io sono anche molto goloso!

Come si sta a Bergamo, città che nella pallavolo ha da sempre grande tradizione?

A Bergamo si sta benissimo, si respira aria di sport e di voglia di emergere ad alto livello! La tradizione sportiva a Bergamo è tanta; quasi ogni weekend ci sono eventi sportivi, parliamo di Atalanta, della Foppapedretti di volley A1 femminile, di maratone nella città e anche ovviamente della nostra squadre di A2, realtà con proprietà solida e progetti davvero molto ambiziosi!

Come sta andando la stagione?

La stagione sta andando bene, tenendo conto che siamo una neopromossa e che il campionato è tosto! La difficoltà principale è stata quella di abituarsi alla pressione che una serie A2 può comportare rispetto magari a serie minori. Ma ci stiamo adattando bene e i presupposti sono più che positivi. La stagione è ancora lunga ma siamo fiduciosi. Lottiamo ogni partita, e mi auguro ovviamente che gli sforzi vengano ripagati con i risultati che noi tutti speriamo di ottenere.

Com’è la tua settimana tipo?

La mia settimana tipo è strutturata così: lunedì riguardo il nostro match e le statistiche della gara per poi estrapolare i dettagli da sottoporre ai giocatori e al mister; il martedì mattina invece inizio già la preparazione della gara successiva analizzando almeno cinque gare precedenti, controllando statistiche, fondamentali e altri aspetti per analizzare al meglio poi, assieme al mister, la tattica da adottare. Mercoledì mattina e pomeriggio spazio agli allenamenti; giovedì ancora allenamenti e controllo dei file statistici e avanti così fino a domenica mattina quando effettuiamo la rifinitura al mattino e il match, al pomeriggio, dove proviamo a mettere in campo tutto quanto analizzato e studiato in settimana.

L’aspetto positivo e quello, se c’è, negativo di questo lavoro?

L’aspetto positivo di questo lavoro è fare ciò che ci piace e stare tutto il giorno in palestra e respirare lo sport; l’aspetto negativo, sul quale comunque continuo a lavorare, è che quando le cose non vanno come vorresti c’è quella sensazione di aver sbagliato qualcosa, di non essere riuscito a fare le cose come avresti voluto. E allora rimani ad analizzare tutti i passaggi precedenti per vedere cosa avresti potuto fare meglio. Ma sono cose che con il tempo si migliorano, e che forse fanno parte di tutti i lavori.

Cosa ti manca di più di Bassano e del luogo nel quale ti sei trasferito poco dopo essere nato?

Di Bassano mi mancano innanzitutto la famiglia, la mia ragazza che appena posso torno a trovare e  gli amici… di Bassano mi manca  anche passeggiare in centro e godermi l’incredibile vista dal ponte!

Secondo allenatore a 29 anni è sicuramente un ruolo importante. Per il futuro c’è l’ambizione di provare a diventare, un giorno, primo allenatore?

Ovviamente nel mio futuro questo pensiero c’è! Anche se a solo pensarci la cosa un po’spaventa, perchè allenare gente della tua età o addirittura più esperta non è semplice. Un po’di timore ti viene, ma anche in questo la gavetta è importante per non bruciare le tappe e per fare tutti i passi giusti al momento giusto.

Se in Italia parli di pallavolo e Argentina, il pensiero va subito a Julio Velasco, indimenticato protagonista della storia azzurra. Ha influito sulla tua scelta anche la sua storia?

Velasco è impossibile dire che non abbia influito. Lui ha cambiato il modo di pensare alla pallavolo, non solo le cose riguardanti la tecnica, ma soprattutto la mente, decisiva in uno sport come il nostro.

Qual’era il tuo mito pallavolistico da bambino? L’incontro che nel mondo della pallavolo ti ha cambiato o che comunque ti è rimasto particolarmente nel cuore?

Un mito pallavolistico per me è stato il brasiliano Giba; da argentino d’origine non dovrei dirlo, ma è un giocatore che ho visto dal vivo e che mi ha impressionato molto. L’incontro invece posso dire di averlo vissuto ed è la finale di promozione per andare in A1 di due anni fa; a ripensarci mi vengono i brividi!