Road to Rio con Bassanosport! Carlotta Tagnin, le emozioni olimpiche non si scordano mai!

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Le Olimpiadi lasciano sempre un segno indelebile, che vi si partecipi o meno il brivido e la grandezza di questa manifestazione mantengono un fascino che travalica il tempo. Questo pensiero è condiviso pienamente dalla bassanese Carlotta Tagnin che i giochi olimpici li ha vissuti in prima persona nel 1984 a Los Angeles. In questa edizione, che vedeva l’assenza dell’URSS e dei paesi del blocco sovietico, con l’unica eccezione della Romania, la Tagnin si presentò per competere nei 100 metri rana, specialità nella quale è stata primatista italiana assoluta insieme ai 200 metri rana.

La nuotatrice con 1:12:70, sesto tempo della sua batteria, si qualificò per la finale B in cui arrivò sesta con 1:12:77, nella classifica generale dei 100 metri rana la Tagnin concluse al quattordicesimo posto.

A pochi giorni dall’inizio delle Olimpiadi, quali emozioni prova ripensando alla sua esperienza nell’edizione di Los Angeles del 1984? 

C’è sempre un coinvolgimento emotivo molto forte perché  tornano a galla tutti i ricordi di allora e quindi ogni nuova edizione olimpica dopo il 1984 l’ho sempre sentita in maniera molto particolare. A casa c’è sempre un clima d’attesa, lo attendiamo come un evento molto importante, di solito seguiamo le gare e ci piace cogliere certi istanti che poi  rimangono impressi nella memoria.

Qual è il suo ricordo più bello di quella esperienza? 

Il ricordo più bello è stato senz’altro la cerimonia d’apertura e poi chiaramente ogni volta che si sente cantare l’inno nazionale che fa rivivere i bei momenti e provoca un grande trasporto emotivo.

Oggi di cosa si occupa? Ha ancora legami con il mondo dello sport?

Da quando ho smesso di nuotare mi sono occupata principalmente della mia famiglia facendo la casalinga, i miei contatti con il mondo dello sport li ho indirettamente attraverso le mie figlie e le esperienze sportive che tutte hanno avuto, ognuna a seconda delle proprie inclinazioni. Crediamo molto nei valori dello sport quindi abbiamo investito molto per loro. In futuro chissà, forse ci sarà modo per potersi riavvicinare attraverso qualche componente della mia famiglia.

In vista di Rio, la federazione azzurra ripone grandi aspettative sul nuoto soprattutto con la nostra portabandiera Federica Pellegrini e Gregorio Paltrinieri. Vede differenze dal punto di vista tecnico agonistico e della pressione mediatica sugli atleti rispetto ai suoi anni?

Un confronto tra gli atleti dei miei anni e i contemporanei lo faccio continuamente, ogni volta che sento notizie per tv o per radio realizzo che quelli di oggi siano diventati dei veri e propri atleti. Ho maturato una certa consapevolezza del fatto che il mio sia stato uno dei periodi più bui del nuoto italiano, dopo la Caligaris non c’è stato un periodo molto felice, il tutto dovuto a più fattori. Il cambiamento è partito dall’alto, è stato scelto come presidente un ex nuotatore dei nostri tempi che ha toccato con mano i sacrifici che venivano fatti, quanto poco ricevessimo in cambio; non tanto a livello economico quanto a livello personale. Non c’erano particolari attenzioni per la persona, ma eravamo spesso considerati solo come macchina che doveva conseguire risultati; anche a livello mediatico non c’era grande rispetto soprattutto nel momento del fallimento in cui il primo ad essere deluso è l’atleta stesso che tuttavia veniva travolto da una serie di critiche pesantissime. I cambiamenti all’interno della federazione  hanno influito sicuramente sui risultati degli ultimi anni senza nulla togliere agli atleti di oggi che hanno raggiunto un livello molto alto; diciamo però che hanno avuto la fortuna di vivere in un periodo positivo con allenatori giovani e con una mentalità diversa da quelli dei miei anni coadiuvati da una federazione alle spalle che li ha aiutati soprattutto nella crescita, quando ad esempio ci sono difficoltà a conciliare scuola e sport.

Oltre al nuoto, quali discipline seguirà con maggiore interesse?

Mi piace molto l’atletica che per me alle Olimpiadi rappresenta lo sport per eccellenza. La seguiamo molto in famiglia anche perché le mie figlie la praticano tutt’ora, eravamo molto tifosi di Tamberi che continueremo a tifare per una completa guarigione. Seguo poi varie discipline e atleti di punta della nostra nazionale e non perché  quando c’è un’atleta con la A maiuscola lo è indipendentemente della bandiera che rappresenta.

Uno sguardo generale alla situazione dello sport ai giorni nostri, sconvolto da manipolazioni e doping, ultimo in ordine di tempo il caso russo. Pare che lo sport si stia svuotando dei suoi originari valori e sia sempre più oggetto di strumentalizzazioni, cosa pensa a riguardo? 

C’è sempre stata la strumentalizzazione dello sport sia in passato sia ora e purtroppo lascia sempre l’amaro in bocca a chi lo sport lo pratica in maniera genuina e crede nei suoi valori. Al tempo con la DDR, poi dopo la caduta del muro di Berlino con la Cina che aveva gli allenatori dell’ex  DDR, cambiano le sostanze con lo sviluppo tecnologico. Credo stia molto al buon senso di ogni atleta e allenatore. Mi dispiace molto per quanto successo a Donati e per il caso Schwazer perché personalmente dubito che dopo anni di denunce e lotte contro il doping, Donati possa sostenere un atleta che faccia uso di tali sostanze;  l’altoatesino mi sembra stia pagando più del dovuto il primo caso. Pare ci siano cose che vanno oltre la nostra percezione esterna del caso.

Che consigli si sente di dare ai giovani che si avvicinano allo sport e sognano di diventare gli olimpionici del futuro?

Bisogna continuare a sognare perché senza un obiettivo a lungo termine non ci si può approcciare a nessuna realtà. Consiglio di avvicinarsi al mondo dello sport con serenità, godere giorno per giorno di ogni singola soddisfazione, crederci fino in fondo e non fermarsi davanti alle prime difficoltà e delusioni che fanno parte del gioco, bisogna imparare a risollevarsi e guardare avanti tenendo sempre ben fermo il proprio obiettivo.

Intervista a cura di Anna Cecconello