27 Gennaio 1945, anche lo sport non dimentica

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DALLO SCUDETTO AD AUSCHWITZ, LA STORIA DI WEISZ

Oggi, 27 gennaio, ricorre il 70° anniversario della liberazione di Auschwitz e anche il mondo dello sport non può dimenticare.  Anche perché, neppure lo sport, fu risparmiato dalla tragedia immane della shoah. La storia che abbiamo scelto di raccontarvi oggi non è certo bassanese, ma è comunque una storia che merita di essere ricordata.  L’ha fatto Matteo Marani, giornalista del calcio moderno in un libro intitolato “Dallo Scudetto ad Auschwitz”, in cui ha scelto di raccontare la vita di Arpad Weisz, ala sinistra che nella sua carriera calcistica ha giocato non così lontano poi da Bassano, vestendo la maglia del Padova.

Matteo Marani, bolognese, laureato in Storia. Gli ci sono voluti tre anni di ricerca, scrupolosa e insieme ossessiva. A spingerlo,  forse una coincidenza: abita a meno di 300 metri da dove abitava Weisz. Dai registri di classe del ’38, ritrovati in uno scantinato, è arrivato a conoscere uno degli amici del piccolo Weisz, un amico vero che per tutti questi anni aveva conservato lettere e cartoline che gli arrivavano dalla Francia, dall’Olanda, da dove i Weisz cercavano di sottrarsi ai cacciatori dopo che il Bologna aveva licenziato il suo tecnico in omaggio alle leggi razziali.

Arpad Weisz era stato un ottimo giocatore, ala sinistra. Nell’Olimpica ungherese del ’24 fa coppia con Hirzer, la Gazzella, che sarebbe stato il primo straniero alla corte degli Agnelli. Gioca nel Padova (poco), nell’Inter ma un infortunio serio lo porta sulla panchina nerazzurra come tecnico. È lui a lanciare in prima squadra Peppino Meazza, a 17 anni, lui ad allenarlo individualmente, al muro, perché abbia la stessa padronanza dei due piedi, è lui a vincere lo scudetto del ’30, sempre lui a scrivere, a quattro mani col dirigente Aldo Molinari, il manuale “Il giuoco del calcio”, con prefazione di Vittorio Pozzo che non era l’ultimo arrivato. Ancora lui a importare in Italia il sistema di Chapman, a sperimentare i ritiri (in località termali), ad allenarsi in braghe corte insieme ai giocatori, quando le foto di Carcano (famoso quinquennio juventino) lo mostrano in giacca e cravatta. Gli allenamenti si dirigevano, non si facevano. “Il mago” lo chiama “Calcio illustrato”.
Col Bologna «che tremare il mondo fa» vince due scudetti consecutivi. È il tempo di Schiavio, di Monzeglio che insegna il tennis ai figli di Mussolini, dell’uruguagio Sansone che sposa la cassiera del bar Centrale, di Fedullo, di Fiorini detto il Conte Spazzola che muore nel ’44 sotto una raffica dei partigiani, e ancora di Ceresoli, di Biavati che esegue il doppio passo e poi crossa al bacio per Puricelli detto Testina d’ oro. Al Littoriale Weisz chiede un’equipe fissa di giardinieri per il prato, un laboratorio medico-dietetico. Nella finale del Trofeo dell’ Esposizione, a Parigi, il Bologna batte 4-1 i maestri del Chelsea.
Ma il cerchio intanto si stringe intorno a una famiglia felice. Il figlio non può iscriversi a scuola. Il padre non può allenare. Il Bologna lo licenzia a fine ottobre del ’38, dopo un 2-0 alla Lazio. Al suo posto l’austriaco Felsner. La famiglia Weisz lascia Bologna in treno, direzione Parigi. La speranza è di trovare un lavoro. Tre mesi trascorsi in albergo indeboliscono le finanze e non danno risultati. Si punta sull’Olanda, Dordrecht. Città piccola, squadra semidilettantistica, ma con Weisz in panchina batterà più d’una volta il grande Feyenoord. Ma anche in Olanda, paese con un tasso altissimo di collaborazionismo, si stringe il cerchio. L’ultimo messaggio dei Weisz è una cartolina di auguri di Natale spedita a Bologna il 12 dicembre ’40. Nel settembre del ’41 i nazisti stabiliscono che agli ebrei è vietato frequentare lo stadio, ma anche andare a scuola, salire sui mezzi pubblici, entrare in bar, ristoranti e negozi. I Weisz tirano avanti grazie agli aiuti, di nascosto, del presidente del Dordrecht. Naturalmente, Marani è andato a Dordrecht e ha trovato uno dei giocatori ancora vivo. Non in grande salute, ma felice di parlare di Weisz. «Lo chiamavamo Sir. Fantastiche le sue lezioni di tattica». Senza vie d’uscita, la stella gialla già impressa su un cappotto liso (questa per me l’immagine più triste di un libro bellissimo che allegro non può essere), l’ebreo Weisz spia la sua ex squadra dalla fessure nella staccionata di legno.
Le SS arrestano la famiglia il 7 agosto ’42 e la prelevano dal campo di Westerbork, lo stesso per cui passerà Anna Frank, all’alba del 2 ottobre. Sul treno che li porta verso i lager gli ebrei pagano il biglietto. Weisz viene dirottato su Cosel, campo di lavoro in Alta Slesia. Ha un fisico da atleta, può ancora servire. Per il resto della famiglia, Zyklon B. Poi sarà Auschwitz anche per lui. La media di vita nei campi era di 4 mesi, Weisz ne regge 16. Lo trovano morto la mattina del 31 gennaio ’44: di freddo, di fame, di solitudine, di disperazione. Non aveva mai saputo della famiglia, lo aveva solo immaginato. E forse nemmeno Marani, nel suo viaggio a ritroso, pensava di raccontare una storia così profonda e tragica, dando un corpo ai fantasmi e voce, almeno un po’ di voce, ai morti.

(da storiedicalcio.altervista.org)