Ingrid e il mare: una storia di passione e di sfide. Una storia di grande sport.

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L’IMPRESA DI INGRID BASSO: LA TRAVERSATA DELLO STRETTO DI GIBILTERRA A NUOTO

Ci sono storie che meritano di essere raccontate, perché da sole sono in grado di riassumere il significato vero di un’impresa sportiva. Ci sono storie che sono imprese sportive. La storia di Ingrid Basso, bassanese doc oggi trapiantata a Milano, è tutto questo. E per tanto merita di essere raccontata.

Quello che Ingrid ha fatto lo scorso 24 settembre, attraversare a nuoto lo Stretto di Gibilterra,  per molti (compresa chi vi scrive), potrebbe sembrare una follia. Per lei è stato il naturale coronamento di una vita dedicata allo sport e a quel nuoto che, il destino, le ha messo di fronte fin dalla nascita, visto che suo padre, Ausilio Basso, gestisce da sempre le Piscine Agnolin in città.

Ingrid, come ti è venuto in mente di compiere quest’impresa?

Ho sempre amato nuotare, lo faccio da quando ero piccola, sono praticamente cresciuta al Nuoto Club Bassano, la piscine Agnolin di Bassano del Grappa che gestisce mio padre, per cui, di fatto, per me l’acqua è vita quotidiana. La storia per cui sono arrivata a quest’impresa però è piuttosto lunga. Durante l’adolescenza ho scelto come sport la pallacanestro, che mi ha insegnato la fatica, i sacrifici e la disciplina mentale dello sport agonistico: giocavo nei giovanili della serie A del Vicenza, con cui ho vinto anche i campionati italiani di categoria nel 1990, è stato un impegno praticamente totale e in molti casi estremo, che mi ha fatto riflettere molto su quello che volevo veramente. Quindi, arrivata all’età delle scelte “di vita”, ho scelto lo studio e così mi sono dedicata pressoché esclusivamente a quello, ho un dottorato in Filosofia e ho seguito la carriera accademica.

Sullo sfondo è rimasto però sempre il desiderio (e anche la necessità) di confrontarsi con le capacità e i limiti del corpo. Mio padre, Ausilio Basso, è insegnante di educazione fisica ed ex saltatore in alto, e la mia è una famiglia di sportivi, sono praticamente cresciuta in mezzo allo sport. Durante la stesura della tesi di dottorato quindi, nel 2004, ho cominciato a nuotare con regolarità, andavo in piscina il mattino dalle alle 7 alle 9 (durante la settimana a Milano, dove vivo e lavoro, nel weekend e durante l’estate sempre nell’amata piscina di Bassano). Lì, con i compagni di corsia, è nata una certa solidarietà tra mattinieri forzati amanti dello sport, e abbiamo deciso di formare una squadra che seguisse lo stesso programma di allenamento, ci siamo chiamati “Tritonni” (Federico Cavalli, Gianni Bastianelli, Luca Sibani, Diego Scotti): il nostro scopo – all’epoca molto modesto – era, quasi per scherzo, la traversata del lago di Mergozzo, in Piemonte, una distanza di 2400 metri, nulla in confronto a quello che facciamo ora, ma che all’epoca ci sembrava un’impresa.

Ci piacevano le acque libere, allora le gare in acque libere non erano ancora così diffuse come adesso. Da lì è stata un’escalation costante…ho cominciato prima ad attraversare i laghi di Lombardia, Piemonte e Veneto, poi mi son resa conto che il “vero” nuoto in realtà era quello in mare, dove non puoi mai davvero controllare le condizioni, dove chi comanda è il mare con i suoi umori e la sua forza, e sei immerso letteralmente per chilometri e chilometri nella natura, devi confrontarti con le onde. Così ho fatto lo Stretto di Messina prima una volta soltanto, poi andata e ritorno, come se la fame aumentasse sempre di più. Il mare della Sicilia secondo me è tra i più belli del mondo. Con Sabrina Peron, altra bassanese trapiantata a Milano che si allena con me e con la quale ho fatto Messina andata e ritorno abbiamo deciso di fare a nuoto il giro delle Egadi, quindi prima Levanzo-Favignana, poi il periplo di Marettimo. Poi abbiamo cominciato a guardarci in giro e ci siamo dette, perché non “assaggiare” anche le acque straniere? Abbiamo fatto per due anni consecutivi il canale del Bosforo a Istanbul, dallo scenario mozzafiato, ma forse non accora così impegnativo ed “estremo” per testare le nostre forze. La vere impresa che ci ha messo alla prova è stata l’Ultramaratona dell’Ebro in Spagna lo scorso anno: 31 chilometri lungo il fiume Ebro, oltre sei ore di nuoto. Fatto quello, mi sono resa conto che avrei potuto provare qualcosa di davvero grande.

E così è nata l’idea di cimentarsi nello Stretto di Gibilterra…

Sì, un’impresa ambita da ogni vero nuotatore d’acque libere e che fa parte del famigerato circuito Ocean’s Seven… La difficoltà di Gibilterra non consiste tanto nella distanza (in linea d’aria sono soltanto 15 km, anche se poi con le correnti si finisce per farne sempre qualcuno in più), ma nel fatto che quella distanza la devi percorrere a ritmo sostenuto e senza fermarti mai, altrimenti c’è il rischio che cambino le correnti e non si riesca a toccare il Marocco. E’ un mare estremamente volubile, si incrociano le acque del Mediterraneo e dell’Oceano Atlantico e le correnti cambiano in continuazione, non puoi cantare vittoria nemmeno quando ti trovi a solo un chilometro di distanza dalla costa marocchina, perché allora il riflusso della corrente ti spinge indietro e si alzano le onde. E’ una prova di resistenza mentale ancor più che fisica. Anche il tempo destinato all’alimentazione è estremamente esiguo, ci si ferma ogni 45 minuti giusto quei dieci secondi per bere un sorso di sali minerali o di gel, poi via sparati di nuovo prima che cambino le correnti: la destinazione è Punta Cires, ma se si entra nelle acque di Ceuta si è fuori, le autorità marocchine non te lo consentono e devi essere ripescato. Inoltre nello stretto c’è un costante passaggio di barche, e anche questo rende rischiosa l’impresa, oltre al fatto che quelle acque sono densamente popolate di pesci di grandi dimensioni, che può esser bello incontrare (nuotare con i delfini è stata un’esperienza indimenticabile) ma che talvolta può essere anche pericoloso.

Come hai trovato i tuoi compagni di avventura?

Ho fatto questa traversata con  Adrian Sarchet (dell’Isola di Guernsey), un nuotatore noto nell’ambiente Open Water: lui nuota sempre senza la muta  e ha già affrontato la Manica, il Catalina Channel in California, il periplo dell’isola di Jersey ; il francese Loic Tordo e un altro francese, Henri Sanz, ex nazionale di rugby francese di recente convertitosi al nuoto in acque libere.

Per compiere quest’impresa mi sono affidata a un’associazione sportiva di Barcellona che si chiama “Neda el Món” (Swim the World http://www.nedaelmon.com/) e che gestisce parte delle richiese dei nuotatori di tutto il mondo all’ACNEG (Asociación de Cruce a Nado del Estrecho de Gibraltar) di Tarifa per attraversare lo stretto. Funziona così, non puoi farlo da solo, ci vogliono un’infinità di permessi. Per poter partecipare si passano delle selezioni (che consistono in un chilometraggio minimo all’ora) e poi si viene seguiti da un allenatore che, nel mio caso e in quello degli altri atleti non spagnoli, ti invia le tabelle di allenamento settimanale via mail. Con l’allenatore, Jonathan Gómez, e gli altri compagni di traversata, ci siamo trovati personalmente circa quattro volte a Barcellona per delle sedute di allenamento in mare nel corso dell’anno e così abbiamo testato le nostre velocità e la nostra capacità di nuotare in gruppo. E’ stata in fondo un’esperienza di squadra, anche se il nuoto è uno sport individuale, e la condivisione di uno sforzo comune ha creato tra noi alla fine anche un bel legame dei amicizia.

Come ti sei allenata per affrontare questa esperienza?

Chilometri e chilometri in acqua, questo sempre, ma soprattutto, nel caso di Gibilterra come non mai, bisogna allenare la resistenza alla velocità, tenere un ritmo di almeno almeno 3500 km all’ora per molte ore, anche in allenamento. Ci sono delle tecniche particolari per questo, ovviamente non puoi nuotare 20 km al giorno se non sei un atleta professionista, per cui ti alleni sulle ripetute, generalmente sui 100, su distanze minori (come fanno i maratoneti). Generalmente, durante l’anno, per sessioni di allenamento sulle 4 volte la settimana per un totale di km che va dai 4 ai sei per volta, aumentando fino a un mese prima dell’impresa per poi calare gradualmente prima del giorno della traversata. Ad agosto sono arrivata a sessioni di allenamento anche di 11 km, più volte a settimana.

Attraversare lo Stretto, alla fine, si è rivelato più facile o più difficile del previsto?

E’ stato per alcuni versi versi più facile, per altri più difficile. Comincio dal “facile”: quello che temevo di più, correnti a parte, era la temperatura dell’acqua. Sono magra di costituzione e patisco molto l’acqua fredda. Durante una seduta di allenamento in mare a Barcellona il primo marzo scorso sono andata in ipotermia e sono riuscita a riprendermi solo dopo più di un’ora dalla fine dell’allenamento. Un’esperienza bruttissima, avevo la temperatura corporea di 34 gradi. Avevo una muta scadente e l’acqua era di 13 gradi, è vero, ma mi sono spaventata. Ho quindi acquistato una muta professionale e poi, per tutto l’anno, il controllo costante della temperatura dell’acqua dello stretto è diventata per me una specie di ossessione. Avevo scaricato un’applicazione sul cellulare che dava le condizioni atmosferiche e la temperatura dell’acqua di tutto il mondo…comunque la media stagionale per settembre sullo stretto di Gibilterra è all’incirca tra i 17-21 gradi, quindi per me sopportabilissima. Durante la traversata la temperatura era sui 21 gradi, solo all’inizio, sulla costa di Tarifa, era sui 16, ma l’acqua è andata via via scaldandosi a mano a mano che si entrava in mare aperto. A volte la muta mi ha dato quasi fastidio. La temperatura non è stata dunque un problema.

La difficoltà, invece,  sono stati gli imprevisti, così che in realtà ho fatto la traversata praticamente due volte. La prima il 22 settembre, insieme a Juan Gabriel Acosta Velez, colombiano, e ai francesi Xavier Levy e François Peyrot: dopo 13,5 km ci hanno fatto visita due squali martello (rarissimi in quella zona), quindi siamo stati trascinati di forza sul gommone di appoggio, dove siamo rimasti circa dieci minuti in attesa che i due pesci se ne andassero. Il problema per me a quel punto è stato il mal di mare, che se riesci a sopportare metri nuoti, nella barca, con le onde dell’Atlantico, può dare problemi… e così è stato. Ho dato ripetutamente di stomaco, ho riprovato a rientrare in acqua, ma i problemi di stomaco sono rimasti per cui purtroppo ho dovuto rinunciare a soli 4 km dall’arrivo. Sono, dunque, ripartita col gruppo del giorno dopo. La mattina di martedì 23 siamo arrivati all’isolotto di las Palomas, ma purtroppo la capitaneria di porto ha annullato la traversata senza farci nemmeno entrare in acqua a causa del vento che si stava alzando, quindi abbiamo rimandato al giorno dopo ancora. Purtroppo lo stretto di Gibilterra è così: bisogna avere la pazienza di aspettare le condizioni buone. Per me tutto sommato è stato meglio, dal momento che avevo sulle spalle ancora i 14 km del giorno prima, così ho riposato un giorno e il giorno dopo abbiamo trovato le condizioni buone. Siamo arrivati in Marocco in 4 ore e un minuto, per un totale di 17 km, il che è molto buono. Unica difficoltà – ma prevedibile, si sa che funziona così – è stata la corrente quando ci si avvicina alla costa marocchina, per cui sembra di andare avanti e invece si rimane fermi perché sospinti indietro dalle onde. E’ difficile anche mantenere la formazione (non ci si può staccare dal gruppo) proprio perché si è sospinti in continuazione in tutte le direzioni. Ma ce l’abbiamo fatta, accompagnati questa volta da un bel branco di delfini… Emozionante, non c’è che dire!

Ed ora pensi di prenderti una pausa o stai già pensando a nuove avventure?

Non mi fermo certo adesso! Ho già preso contatti con la Catalin Channel Swimming Federation per fare la traversata dall’isola di Santa Catalina alla California, nell’arcipelago delle Channel Islands californiane…sarà dura, sono circa 40 km a nuoto in solitaria, si gira intorno alle dieci ore, si parte la notte e lì gli squali non sono rari come a Gibilterra. Se tutto va bene sarà il prossimo agosto. Per me è forse l’unica traversata abbordabile dell’Ocean’s Seven, sempre per via della temperatura dell’acqua, le altre hanno acque dalle temperature per me proibitive, dovrei avere, come dire, un “bioprene” più cospicuo: per Gibilterra avevo preso 5 kg per “precauzione”, ma se comincio a fare anche questi calcoli allora l’impegno diventa troppo gravoso, in fondo io non sono una professionista, nuoto perché mi piace.

Ingrid tu nuoti da sempre: cosa provi quando sei in acqua?

La prima parola che mi viene in mente e che credo riassuma bene tutta una serie di sentimenti è “libertà”. Essere parte della natura, il nuoto è uno sport che ha pochissima attrezzatura, forse è uno dei pochi sport per cui si può dire, evoluzione della tecnica a parte, che un uomo di oggi è uguale a un uomo di mille anni fa. Ti dà la sensazione di appartenenza incondizionata alla natura e la sensazione di non dipendere da altro che dalle tue forze. Mi riferisco naturalmente al nuoto in acque libere di gran fondo. Per me l’effetto benefico scatta dopo circa 5 chilometri che sto nuotando. Non entro nel merito della fisiologia e della chimica, che sicuramente hanno una spiegazione per questo fenomeno, non sono competente in materia, dico soltanto che dopo circa quella distanza per me scatta una sorta di “pilota automatico” per cui potrei andare avanti all’infinito, il flusso dei pensieri diventa “liquido” come l’acqua, per cui a volte mi sembra che gli allenamenti lunghi diventino quasi una specie di esercizio di meditazione, di ascesi. Quando devi spingere di più naturalmente il “contenuto” dei pensieri (a volte quando nuoto penso alle cose a cui sto lavorando, mi occupo di filosofia, per cui rifletto su idee su cui magari sto scrivendo un articolo ecc.) lascia posto solo al “ritmo”, quindi non pensi concetti, ma diventi tu stesso ritmo, ritmo numerico, ti confondi col passo che stai tenendo. Unica cosa da NON fare quando affronti una nuotata molto lunga: non pensare MAI a quanto manca, nuota e basta, un braccio dopo l’altro, uno-due-tre-quattro, diventa una specie di mantra che a volte quasi ti ipnotizza.

Guarda le immagini dell’impresa: http://youtu.be/pYJvFhDkznI